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Dylan Lewis: Lo scultore che fa ruggire il bronzo

Pubblicato il: 19 Gennaio 2025

Di: Hervé Lancelin

Categoria: Critica d’arte

Tempo di lettura: 5 minuti

Nel suo giardino di sculture a Stellenbosch, Dylan Lewis forgia una visione unica del nostro rapporto primordiale con la natura. I suoi grandi felini in bronzo incarnano la forza tellurica dell’Africa, mentre le sue figure umane mascherate evocano i rituali sciamanici ancestrali.

Ascoltatemi bene, banda di snob. Ci sono artisti che si limitano a riprodurre la natura, e poi c’è Dylan Lewis, nato nel 1964 in Sud Africa, che la fa ruggire in bronzo. Nel suo giardino di sculture a Stellenbosch, dove ancora si aggirano leopardi selvatici sulle pendici delle montagne, questo erede di una linea di artisti forgia una visione unica della nostra relazione primordiale con la natura.

Tassidermista divenuto scultore, Lewis ha iniziato sezionando metodicamente felini per comprendere la loro anatomia, come George Stubbs fece con i cavalli nel XVIII secolo. Ma dove Stubbs cercava la perfezione anatomica, Lewis cerca qualcosa di più profondo: l’essenza stessa della selvatichezza. I suoi grandi felini in bronzo non sono semplici rappresentazioni zoologiche, incarnano la forza tellurica dell’Africa. In ogni muscolo teso, in ogni artiglio affilato, si legge la violenza primordiale della natura, quella stessa violenza che Friedrich Nietzsche celebrava in “La nascita della tragedia” come espressione della forza dionisiaca, irrazionale e caotica.

Il filosofo tedesco contrapponeva questa forza dionisiaca all’ordine apollineo, ed è proprio questa tensione che Lewis esplora nel suo lavoro. Le sue sculture di felini, massicce eppure aggraziate, sono al contempo espressione della brutalità naturale e testimonianza di una perfezione tecnica. Quando si osserva il suo leopardo in bronzo lungo tre metri, non si sa più se ammirare la potenza bruta dell’animale o l’eleganza della sua composizione. È in questa ambiguità che risiede tutta la forza della sua arte.

Ma Lewis non si ferma qui. Con il passare degli anni, il suo lavoro si è evoluto verso un’esplorazione più complessa del nostro rapporto con la natura selvaggia. Le sue figure umane mascherate, metà uomini metà bestie, evocano i rituali sciamanici ancestrali. Queste sculture monumentali ci riportano a ciò che Carl Gustav Jung chiamava l’inconscio collettivo, quel serbatoio di immagini arcaiche che condividiamo tutti. Le maschere di animali portate dalle sue figure umane non sono semplici accessori teatrali, ma rappresentano quella parte animale che la nostra civiltà tenta disperatamente di reprimere.

La serie “Chthonios”, creata dopo un periodo intenso di introspezione, illustra perfettamente questa esplorazione della nostra natura profonda. Il termine greco “chthonios”, che fa riferimento alle forze sotterranee e primordiali, prende qui tutto il suo significato. In queste opere, i corpi umani si intrecciano in una danza frenetica che non può non ricordare “La Porta dell’Inferno” di Rodin. Ma mentre Rodin si ispirava alla “Divina Commedia” di Dante per esplorare la condizione umana, Lewis attinge al nostro rapporto conflittuale con la nostra stessa animalità.

I giardini di sculture che ha creato a Stellenbosch sono molto più di un semplice spazio espositivo. Per sette anni, Lewis ha scolpito il paesaggio stesso, creando un ambiente in cui le sue opere sembrano essere cresciute naturalmente dal suolo africano. Questo giardino, situato tra la civiltà urbana e la wilderness montana, è una metafora perfetta della nostra posizione di equilibristi tra natura e cultura. Ogni scultura vi è collocata con una precisione pari solo alla sua apparente spontaneità, creando un dialogo costante tra l’arte e il suo ambiente.

La tecnica di Lewis è tanto affascinante quanto i suoi temi. Lavora il bronzo con il metodo della cera persa, una tecnica vecchia di oltre 3500 anni. Ma vi apporta un’innovazione contemporanea incorporando texture e forme che sfidano i limiti tradizionali del mezzo. Le sue superfici non sono lisce e accademiche, sono ruvide, espressive, quasi violente. Si percepisce la mano dell’artista, la traccia delle sue dita nell’argilla originaria, come se il bronzo avesse conservato la memoria di ogni gesto creativo.

Nelle sue opere più recenti, Lewis spinge ancora più avanti la sua esplorazione della condizione umana. Le figure maschili e femminili non sono più isolate ma si intrecciano in composizioni complesse che evocano sia la lotta sia l’unione. Queste sculture ci parlano della nostra disperata ricerca di connessione, del nostro desiderio di trascendere la nostra individualità per ritrovare una forma di unità primordiale con la natura.

Ciò che rende il lavoro di Lewis così interessante è che ci fa sentire fisicamente la nostra alienazione rispetto alla natura. In un mondo in cui siamo sempre più disconnessi dal nostro ambiente naturale, le sue sculture ci ricordano brutalmente la nostra origine animale. Ci confrontano con quella verità scomoda che Friedrich Nietzsche già esprimeva: non siamo i padroni razionali della natura che pretendiamo di essere, ma creature profondamente radicate nel caos primordiale.

Il percorso artistico di Lewis riflette anche un’evoluzione personale profonda. Partito da rappresentazioni realistiche di animali, è arrivato progressivamente a una visione più simbolica e psicologica del nostro rapporto con la natura. Questa evoluzione non è senza ricordare quella dell’arte stessa, che è passata dalla semplice mimesi a un’esplorazione più profonda della nostra esperienza del mondo.

Le sue sculture più recenti, in particolare nella serie “Chthonios”, mostrano una maturità artistica che trascende le categorie abituali. Non sono più semplicemente rappresentazioni di uomini o animali, ma manifestazioni di forze psichiche profonde. Jung parlava dell’importanza dei simboli come ponti tra il conscio e l’inconscio, e questo è esattamente ciò che realizza Lewis con le sue sculture: sono ponti tra la nostra coscienza civilizzata e la nostra natura selvaggia repressa.

In un mondo dove l’arte contemporanea si perde spesso in astrazioni concettuali disconnesse dalla nostra esperienza viscerale, Lewis ci ricorda che l’arte può ancora toccarci fisicamente ed emotivamente. Le sue sculture non sono fatte per essere semplicemente guardate, sono fatte per essere sentite. Ci ricordano che siamo esseri di carne e sangue, legati intrinsecamente alla natura selvaggia che abbiamo cercato di domare.

Il lavoro di Lewis è un potente richiamo al fatto che l’arte non è solo una questione di estetica o di concetto, ma anche un’esplorazione della nostra umanità nel suo aspetto più fondamentale. Le sue sculture sono manifestazioni tangibili di quella verità che Nietzsche esprimeva: Non possiamo comprenderci pienamente se neghiamo la nostra natura dionisiaca, la nostra parte di caos e selvatichezza.

Ciò che rende grande Dylan Lewis è che crea un’arte che parla simultaneamente al nostro intelletto e ai nostri istinti più primitivi. Le sue sculture sono ponti tra natura e cultura, tra conscio e inconscio, tra apollineo e dionisiaco. Il suo lavoro ci ricorda la nostra natura incarnata e il nostro legame indissolubile con il mondo selvaggio. Non si limita a rappresentare la natura, ci obbliga a riconoscere che siamo la natura.

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Riferimento/i

Dylan LEWIS (1964)
Nome: Dylan
Cognome: LEWIS
Genere: Maschio
Nazionalità:

  • Sudafrica

Età: 61 anni (2025)

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