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Nicolas Party: L’arte del pastello reinventata

Pubblicato il: 10 Dicembre 2024

Di: Hervé Lancelin

Categoria: Critica d’arte

Tempo di lettura: 7 minuti

Nicolas Party trasforma gli spazi espositivi in teatri onirici dove i generi classici della pittura esplodono in visioni pop sature. I suoi pastelli dai colori elettrici creano universi paralleli in cui l’arte del passato dialoga con le preoccupazioni più contemporanee.

Ascoltatemi bene, banda di snob, ecco arrivare il momento di parlarvi di Nicolas Party, nato nel 1980 a Losanna. Sapete, quell’artista svizzero che fa girare la testa al mondo dell’arte con i suoi pastelli dai colori elettrici come un neon nella notte ginevrina. Le gallerie si contendono le sue opere come adolescenti davanti a un nuovo smartphone, e i musei si affollano per esporre le sue creazioni monumentali. Ma non fermiamoci a questa effervescenza mercantile che profuma di capitalismo trionfante. Esploriamo piuttosto ciò che rende veramente singolare questo artista che trasforma ogni spazio espositivo in un teatro onirico.

Parliamo prima del suo rapporto quasi ossessivo con il pastello, quel mezzo che la storia dell’arte ha a lungo relegato a tecnica minore. Party lo ha scoperto quasi per caso, contemplando un ritratto di Picasso. Questo incontro fortuito si è trasformato in una vera rivoluzione artistica personale. Questa storia d’amore con il pastello ricorda quella di Rosalba Carriera, artista veneziana del XVIII secolo che aveva già compreso tutto il potenziale di questo medium. Negli anni 1700, Carriera rivoluzionò l’uso del pastello, trasformandolo in un’arte maggiore, apprezzata da tutte le corti europee. Party raccoglie questa eredità con un’audacia contemporanea, come se Carriera gli avesse trasmesso il segreto della luminosità attraverso i secoli.

Questa parentela con Carriera ci rivela qualcosa di fondamentale nell’approccio di Party. Ci ricorda che la storia dell’arte è una lunga conversazione nel tempo, in cui gli artisti rispondono come echi in una cattedrale. Party comprende perfettamente questa dimensione temporale dell’arte, tanto da non esitare a confrontare le sue opere con quelle dei maestri antichi nelle sue esposizioni. Questo approccio richiama singolarmente la concezione del tempo ciclico sviluppata da Friedrich Nietzsche nel suo concetto di eterno ritorno. Così come il filosofo tedesco vedeva nella ripetizione eterna una fonte di potenza creativa, Party trova nella reinterpretazione costante dei generi classici una forza d’innovazione sorprendente.

I suoi ritratti con volti monocromatici, le nature morte essenziali e i paesaggi sintetici non sono semplici esercizi di stile. Sono una riflessione profonda sulla natura stessa della rappresentazione pittorica. Quando Party dipinge un albero, non è tanto l’albero a interessarlo, quanto l’idea stessa di albero, la sua forma archetipica. In questo si riallaccia alla teoria platonica delle Idee, in cui il mondo sensibile è soltanto un riflesso imperfetto del mondo delle essenze. Ma Party va oltre: trasforma questi archetipi in visioni pop, come se Platone avesse collaborato con Walt Disney.

Le installazioni immersive di Party ridefiniscono il nostro rapporto con lo spazio espositivo. Questi ambienti totali, dove le pareti diventano tele giganti, trasformano radicalmente la nostra esperienza dell’arte. Party non si limita a dipingere quadri, crea universi completi dove l’architettura stessa diventa parte integrante dell’opera. Questi spazi trasformati ricordano le camere delle meraviglie del Rinascimento, quegli armadi di curiosità dove arte e natura si fondevano in un unico slancio di meraviglia. Ma mentre i principi collezionisti cercavano di possedere il mondo in miniatura, Party cerca di creare mondi paralleli, universi alternativi dove le leggi della prospettiva e del colore obbediscono a una nuova logica.

Il colore in Party merita una deviazione. Non è un semplice attributo della forma, diventa la forma stessa. I suoi rosa incandescente, i blu profondi come l’oceano e i verdi acidi non descrivono il mondo, lo reinventano. Questo approccio al colore ricorda la teoria dei colori di Johann Wolfgang von Goethe, che vedeva in ogni tonalità una manifestazione particolare della luce divina. Party secolarizza questa visione mistica per farne uno strumento di trasformazione del reale. I suoi colori non cercano di imitare la natura, creano la loro propria natura.

Il suo lavoro recente su dinosauri e foreste in fiamme rivela una nuova dimensione della sua pratica. Queste opere non sono più solo esercizi formali sul colore e sulla composizione, diventano meditazioni sulla nostra epoca turbata, sull’estinzione possibile della nostra specie e sulla fragilità della nostra esistenza sulla Terra. I dinosauri di Party non sono quelli dei libri di paleontologia, sono fantasmi che ci ricordano la nostra mortalità collettiva. Rappresentandoli in formati intimi, Party crea un contrasto sorprendente tra la loro dimensione storica e la loro rappresentazione attuale, come per sottolineare la distanza che ci separa da queste creature scomparse.

Gli archi che spesso strutturano le sue installazioni non sono semplici elementi decorativi. Funzionano come portali tra diversi stati di coscienza, diverse temporalità. Party li descrive lui stesso come “abbracci venuti dall’alto”, un’immagine che rende bene la dimensione protettiva e avvolgente della sua arte. Questi archi ci ricordano che ogni vera arte è una forma di passaggio, una trasformazione della nostra percezione del mondo. Creano delle soglie fisiche e metaforiche che lo spettatore deve attraversare, come tante iniziazioni a un nuovo modo di vedere.

Nei suoi ritratti, i volti dai colori irreali sembrano fissarci da un altro mondo, come maschere di una civiltà che ancora non esiste. Questi volti senza età né genere definito mettono in discussione la nostra concezione stessa di identità. Ci ricordano che ogni ritratto è anche un autoritratto, che ogni rappresentazione dell’altro è anche una proiezione di sé. Gli occhi, trattati come bersagli bianchi tra palpebre che evocano vulve, creano un malessere sottile, una tensione tra il familiare e lo strano che caratterizza tutta la sua opera.

La pratica di Party si iscrive in una lunga tradizione pur sovvertendola allegramente. Prende i generi classici della pittura, ritratto, paesaggio, natura morta, e li fa entrare in una nuova dimensione, dove passato e presente si scontrano in un’esplosione di colori. È un’arte che conosce la sua storia ma rifiuta di esserne prigioniera, che usa la tradizione come trampolino verso l’ignoto.

Il successo commerciale di Party potrebbe far temere una certa compiacenza. Ma il suo lavoro continua a evolversi, a confrontarsi con nuove sfide. Le sue recenti esplorazioni sul tema dell’estinzione e della catastrofe ecologica mostrano un artista consapevole delle sfide del suo tempo, capace di utilizzare il suo vocabolario visivo unico per affrontare le questioni più urgenti della nostra epoca.

La sua mostra “L’heure mauve” al Museo delle Belle Arti di Montréal ha segnato una svolta nella sua pratica. Creando un dialogo tra le sue opere e le collezioni del museo, Party ha dimostrato la sua capacità di trascendere epoche e stili. Gli spazi che ha creato funzionano come macchine del tempo, dove le opere del passato e del presente si incontrano in una conversazione silenziosa ma eloquente.

Deve essere menzionata la relazione di Party con l’architettura. I suoi interventi murali non sono semplici decorazioni, ma trasformano radicalmente la nostra percezione dello spazio. Utilizzando colori audaci e forme architettoniche come gli archi, crea ambienti che mettono in discussione le nostre abitudini percettive. Questi interventi ricordano gli affreschi del Rinascimento, ma con una sensibilità decisamente contemporanea.

L’uso che Party fa dei riferimenti storici è particolarmente sofisticato. Non si tratta semplicemente di citazioni o appropriazioni, ma di una vera e propria digestione e reinvenzione della storia dell’arte. Le sue nature morte, per esempio, dialogano sia con Giorgio Morandi che con la pop art, creando un ponte improbabile tra epoche e sensibilità artistiche diverse.

La dimensione teatrale del suo lavoro è anch’essa notevole. Ogni mostra è concepita come una messa in scena totale, dove le opere recitano ruoli precisi in una narrazione visiva complessa. Questo approccio scenografico trasforma lo spettatore in attore di un’esperienza immersiva che va ben oltre il tradizionale contesto della mostra d’arte.

Il suo uso del pastello, medium storicamente associato all’arte femminile e purtroppo spesso considerato minore, diventa nelle sue mani uno strumento di trasformazione radicale. Party sfrutta la particolare matericità del pastello, la sua capacità di creare superfici al contempo opache e luminose, per produrre effetti visivi sorprendenti. Questa riabilitazione del pastello si inserisce in una riflessione più ampia sulle gerarchie artistiche e la loro pertinenza oggi.

Nonostante la gravità di alcuni dei suoi recenti soggetti, l’arte di Party conserva sempre una dimensione ludica, una gioia pura nell’atto di dipingere che attraversa tutta la sua opera. È forse qui che risiede il suo più grande talento: la capacità di creare un’arte che può essere al tempo stesso profondamente seria e piacevolmente accessibile, che può parlare della fine del mondo con i colori di una festa di paese.

Perché è proprio di questo che si tratta: Nicolas Party crea un’arte che ci permette di guardare in faccia le questioni più gravi del nostro tempo conservando al contempo una forma di meraviglia infantile. I suoi colori vibranti, le sue composizioni audaci, gli spazi trasformati ci ricordano che l’arte può ancora sorprenderci, commuoverci e farci riflettere, anche in un mondo che a volte sembra aver perso tutta la capacità di incanto.

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Riferimento/i

Nicolas PARTY (1980)
Nome: Nicolas
Cognome: PARTY
Genere: Maschio
Nazionalità:

  • Svizzera

Età: 45 anni (2025)

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